/ Teatro della Società Operaia di Mutuo Soccorso

Questo teatro è un pezzo di storia.

Eravamo all’inizio del ‘900: non c’era l’assistenza sanitaria di oggi.

Per i poveri c’era il medico condotto, pagato dal Comune, ma l’ospedale e le medicine erano a pagamento.

Il popolo allora ha costruito questo teatro.

Il conte ha donato il terreno. Gli uomini sono andati a scavare l’argilla, poi l’ hanno impastata, l’hanno messa in forma e fatta essicare, poi hanno cotto i mattoni nella fornace, hanno fatto venire la calce dal lago Maggiore giù lungo il Ticino in barca fino a Cassolnovo e poi con i carretti. Infine hanno scavato la sabbia sotto i dossi vicino al cimitero per fare la malta e, con grande lavoro di gente volontaria, hanno innalzato il “loro” teatro.

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I bambini si godevano lo spettacolo del cantiere.

Perché tanto sforzo nel fare un teatro se erano poveri?

Il teatro serviva per le feste da ballo del sabato sera (anche alla grande Scala di Milano in platea si ballava).

I balli erano a pagamento. Col ricavato dei balli si creava un fondo per pagare medicine e ospedale a chi ne aveva bisogno. La Società di Mutuo Soccorso era l’antenata delle mutue.

In platea i giovani ballavano; dalla galleria le mamme controllavano. Quattro stufe a legna riscaldavano la sala.

Le ragazze che avevano lavorato in fabbrica a Vigevano tutta la settimana erano tornate al sabato pomeriggio (a piedi s’intende), di passo svelto e cantando, per prepararsi al ballo.

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Ma perché tornavano da Vigevano?

Qui dovete conoscere un’altra storia.

Ad un chilometro a ovest di Gravellona era da poco stato scavato a picco e pala un grande canale (canale Quintino Sella) che tuttora porta l’acqua del Po, della Dora e del Ticino ad irrigare la Lomellina.

Dove c’erano dislivelli, il canale aveva salti d’acqua per centrali idroelettriche.

I politici di allora non litigavano, costruivano il futuro.

A Gravellona c’era un salto d’acqua e stavano costruendo una centrale elettrica.

Elettricità avrebbe significato, quindi: fabbrica! Con la fabbrica ci sarebbero stati salari e miglioramento economico. (La luce elettrica nelle vie e nelle case avrebbe atteso ancora due generazioni).

Gli agrari di Gravellona però furono concordi nel non vendere la terra  e non lasciar costruire la fabbrica: la fabbrica avrebbe finito per far aumentare anche i salari anche dei loro braccianti agricoli!

Così la corrente elettrica fu portata a Vigevano con una lunga linea di pali.

I Gravellonesi di notte segavano i pali della luce.

I carabinieri a cavallo pattugliavano la linea ma le donne andavano a distrarre i carabinieri, mentre gli uomini segavano i pali. E per prudenza le donne si portavano dietro delle bambine…Non si sa mai!

Quando i carabinieri se ne accorgevano, mettevano in prigione donne e bambine.

Chi scrive ha fatto in tempo ad intervistare una vecchia, quasi centenaria che, da bambina, era stata imprigionata con la mamma, che distraeva i carabinieri, mentre il papà segava i pali della luce.

La cosa andò avanti per parecchio tempo, finché non si giunse ad un accordo.

200 posti di lavoro nella grande fabbrica tessile di Vigevano sarebbero stati riservati a donne e uomini di Gravellona. Così fu.

Le operaie andavano a piedi a Vigevano il lunedì. Durante la settimana dormivano in camerata dalle suore e rientravano al sabato.

Al sabato pomeriggio dunque tornavano allegre cantando lungo la strada senza sentire la fatica. Ci sarebbe stato il veglione qui, al teatro di mutuo soccorso!

Capite ora che significato aveva per la gente questo teatro?

Se è aperto salite: è molto carino. 

Se è chiuso accontentatevi della storia e date un’occhiata alle due cicogne che abbiamo messo sul tetto.

Nel 2019 la Società di Mutuo Soccorso si è estinta e il teatro è ora comunale.

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Vicino al mulino ecco una cabina Enel dipinta

Disegni di Libero Greco; lavorazione: volontari

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Mulino “dei Barbavara”  detto della piazza

Di origine trecentesca, è mosso dalle acque della roggia omonima, alimentata da più sorgenti poste nei territori di Tornaco e Terdobbiate.

Al fine di incrementare la massa d’acqua dell’invaso, posto a monte del mulino, i cigli delle ripe vennero sopraelevati sul piano di campagna.

 

 

A fine anni ‘50 del ‘900, il mulino ha subito l’ultima ristrutturazione esterna. All’interno, ci sono ancora i meccanismi funzionanti.

 

Le acque in uscita dalla gora attraversano da nord a sud tutto il centro abitato, andando a irrigare i terreni agricoli a valle del paese.

Le mutate esigenze della popolazione suggerirono, nei primi decenni del 1900, la copertura del tratto urbano della roggia. Dopo la “tombatura” la piazza e corso Insurrezione, che allora si chiamava corso Vittorio Emanuele, presero il nome di “al Tumbon”. La roggia coperta che scorre in mezzo alla piazza rende conto dell’enorme ampiezza dello stradone risultante. Prima c’erano due strade e in mezzo al paese scorreva il corso d’acqua.

Qui di seguito le opere esposte lungo il muro del mulino